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l’Editorialino

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Risuona ancora la eco “inciucio inciucio” per qualsiasi cosa, fino alla più ridicola e oggi gli stessi che accusavano chiunque di qualsiasi nefandezza, dicono che vogliono fare un governo o con la Lega o con il PD, che è uguale.
Potrei aggiungere anche qualcosa sulla questione più volte evocata con strumentalita’ anticostituzionale del governo non votato dai cittadini, ma di fronte alla malafede c’è poco da discutere. C’è da organizzarsi e lottare come e più di sempre.
#PiuEuropa #Radicali

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Riflessioni
e azioni radicali

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Nella nostra azione politica di ricostruzione e di costruzione, di fantasia creativa e di passione, non possiamo e non dobbiamo rimanere incastrati nella cronaca politica giornaliera e invischiati nelle nostre vicende interne. Se così facessimo ci troveremmo a essere noi stessi un elemento di un domino che inesorabilmente sta facendo cadere le sue tessere, una dopo l’altra, verso il ritorno agli Stati nazione, ai nazionalismi, alle chiusure di confini, al protezionismo sulle merci e sugli uomini, alla paura e all’odio.
La nostra campagna elettorale incentrata su +Europa non è stata a mio avviso la promozione di una “lista di scopo” come anche tra noi si va dicendo. Liste di scopo erano altre del nostro passato. Questa è stata ed è una lista, un progetto e, spero, un soggetto politico, che mette al centro il principale aspetto da conquistare, dentro il quale si posizionano tutti gli altri. Il federalismo europeo, gli Stati Uniti d’Europa, rappresentano infatti il principale obiettivo concreto da raggiungere. Un obiettivo che, se vogliamo, diviene anche insufficiente perché dovremmo parlare di “Stati Uniti d’Europa e del Mediterraneo” come evocazione di futuro, ribadendo che il Mediterraneo non è un mare che ci divide ma che ci unisce. Lo dovremmo fare proprio oggi che questa prospettiva pare irrealizzabile: una federazione di popoli che abbia la capacità di rispondere ai problemi del nostro tempo, aprendo e non chiudendo e con la forza necessaria per contrastare derive che ci stanno investendo dall’interno, infettandoci e rendendoci più deboli. Ecco alcuni esempi, collegati strettamente tra loro, ma significativi, di ciò che ci invade e che ci circonda.
La Russia, giorno dopo giorno, si dimostra un elemento di grande destabilizzazione per l’intera Europa, con azioni militari di influenza in tutte le opinioni pubbliche in ogni occasione elettorale e non solo. Una propaganda incisiva e inarrestabile, organizzata e finanziata con valanghe di denaro, che continua incontrastata a mietere vittime, scavando la sabbia sotto le deboli democrazie e pseudo democrazie europee. Per inciso occorrerebbe chiedersi da dove arrivano i finanziamenti di Lega e 5stelle che di tutta evidenza per queste elezioni hanno messo in campo risorse molto ingenti.
La vicenda Ucraina con migliaia di morti causati da una guerra di aggressione all’interno dei confini europei continua e si radicalizza, una guerra che per la prima volta da dopo il secondo conflitto mondiale ha cambiato i confini degli Stati con le armi nella disattenzione dei più. Una guerra che rischia di far perdere il pallino europeista e riformatore allo stesso debole governo ucraino, dando una mano alla volontà di destabilizzazione della Russia di Putin.
In Siria, dopo quasi mezzo milione di morti e milioni di profughi, in una guerra dimenticata che dura da oltre 6 anni, continua un indistricabile risiko di violenza che vede protagonisti Assad e il suo regime, i russi, gli Usa, la Turchia (quanto ci sarebbe da dire anche su questo Paese e sulla sua deriva!), l’Iran e gruppi terroristici di varia natura in una escalation apparentemente inarrestabile. Sembra di essere di fronte a una sorta di terrificante prova generale di un conflitto molto più ampio, per ora concentrato in quel territorio ma pronto ad uscirne e investire altri.
In questo contesto la vicenda epocale delle migrazioni di massa, che colpisce in larga misura l’Africa con la sua crescita demografica esplosiva, dovrebbe vedere ragionevolezza nelle politiche dei governi degli stati europei che invece si illudono di nascondere la sabbia sotto il tappeto, fino alla inevitabile esplosione del problema, data la totale assenza di gestione. Problema che, va ricordato, investe innanzitutto proprio gli stessi Paesi africani. Su questo la campagna sulla petizione dei cittadini europei che porta “Ero Straniero” oltre i confini italiani è strumento essenziale!
Si potrebbe andare avanti parlando degli Stati Uniti e delle follie di Trump che, al di là dei suoi tweet e delle sue scelte, mostrano come l’Europa non possa stare più sotto l’ala protettrice degli USA ma debba subito trovare la forza di crescere, anche in termini di capacità di difesa, di politica estera, di capacità diplomatica. E’ evidente che non potremo più far conto sugli “amici americani” ma dovremo arrangiarci e diventare noi protagonisti del nostro futuro, mettendo in discussione ciò che è stato in un passato che non tornerà.
In questo contesto completamente nuovo, che mette a rischio 70 anni di certezze (crescita, pace, benessere) siamo di fronte a un bivio con strade radicalmente diverse. Possiamo lasciarci portare dalla corrente impetuosa verso le spinte che hanno condotto alla Brexit, alla vittoria di forze razziste in Polonia e Ungheria, della estrema destra austriaca, di Lega e 5stelle in Italia o nuotare controcorrente, come sempre abbiamo fatto, parlando di democrazia per l’Europa e per il mondo, di federalismo, di nonviolenza, di giustizia internazionale, di diritto di ingerenza, di politica estera comune, di politiche dell’immigrazione comuni, di uno sviluppo che sappia finalmente conciliare la salvaguardia dell’ambiente e la crescita dell’economia, del fatto che i diritti umani sono universali e non prerogativa solo di alcuni popoli.
Io penso che la sfida che abbiamo qui davanti agli occhi sia chiara. Se la vediamo nelle dimensioni che ha realmente non potremo rimanere intrappolati in vicende piccole o piccolissime che oggi paiono sopraffarci.
Con questo spirito io credo che dovremo dare maggiori fondamenta e rendere più forti le organizzazioni che già abbiamo che producono politica in Italia, a partire da Radicali Italiani ma non solo. Ma credo anche che occorra scommettere su +Europa per dare una prospettiva ai tanti che si sono avvicinati in questa campagna elettorale che non ci ha regalato un successo ma ci ha messo sulle spalle una ulteriore responsabilità. Non possiamo buttare al macero, io credo, la fiducia dei tanti che ci hanno sostenuto e in particolare di chi l’ha fatto avendo tra i 18 e i 25 anni. Molti di questi frequentano le nostre sedi non in nome della storia radicale ma in nome del futuro europeo, che peraltro – come noi sappiamo – ha le sue radici nella storia radicale di questi oltre 60 anni.
Stati Uniti d’Europa, intervento della giustizia internazionale in Siria, denuncia dell’imperialismo russo in Italia e non solo, rilancio dell’organizzazione mondiale delle democrazie di pannelliana memoria, strutturazione di nuclei di iniziativa di +Europa in altri Paesi per costruire politiche transnazionali, potrebbero essere i primi temi sui quali lavorare con il soggetto “+Europa” consegnando ai 4 eletti nelle nostre Isituzioni italiane la responsabilità di lavorare insieme e di fare politica insieme.
L’ho detto alla fine dell’ultimo Comitato di Radicali Italiani e lo ripeto: nella dinamica attuale fra chi ha dato vita a +Europa, la somma delle piccole buone ragioni di ciascuno (vale anche per chi si riconosce nella presidenza del PRNTT che ha fatto altre scelte a me incomprensibili) rischia di avere come risultato il nostro grande torto collettivo.

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Igor BONI – Candidato alla Camera
nelle circoscrizioni Piemonte 1
e Piemonte 2

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Era esattamente un anno fa quando al primo grande evento organizzato da Forza Europa a Milano e, a Torino, in una delle manifestazioni pubbliche meglio riuscite organizzate dall’Associazione radicale Adelaide Aglietta che intitolammo “Europe First”, auspicavo la nascita di una lista per le elezioni politiche che fosse chiaramente europeista e federalista di chiara ispirazione radicale.
Ci abbiamo lavorato in tanti, tra mille dubbi e differenze di vedute ma ora ci siamo. La lista +EUROPA CON EMMA BONINO rappresenta un’occasione unica e irripetibile che dobbiamo far crescere per dare speranza a questo Paese.
In primo luogo c’è da essere consapevoli che stiamo per affrontare una tornata elettorale cruciale, come mai è accaduto dal dopoguerra, dove la scelta di ciascuno di noi può far prendere al nostro Paese e all’Europa strade molto differenti. Si può andare avanti verso la costruzione della casa comune europea, innanzitutto con la Francia di Macron e la Germania della Merkel, o tornare indietro a fantasmi del passato che parevano ormai archiviati. Oggi, nazionalismi, protezionismi e razzismi, spingono l’Italia in una china pericolosa che, come in un tragico domino, può proseguire la disgregazione della civiltà per come l’abbiamo conosciuta in questi 70 anni di pace. Chi vuole dazi e auspica una politica di muri e fili spinati, se realizzerà anche solo il 40% di quel che dice, porterà allo sfascio l’Italia, un Paese che vive di esportazioni e che ha negli immigrati regolari una risorsa necessaria. Chi promette l’impossibile – mai come in queste settimane si sentono promesse ridicole – prende in giro la vostra intelligenza; non caschiamoci per l’ennesima volta! Noi vogliamo gli Stati Uniti d’Europa, vogliamo dare corpo al sogno spinelliano e pannelliano dell’Europa dei popoli contro quella delle patrie. Noi vogliamo una crescita che non lasci sulle spalle delle generazioni future un debito pubblico insostenibile.
In secondo luogo è evidente a tutti che manca ed è mancata in Italia una forza politica capace di arginare l’ondata populista e qualunquista che alimenta le pance e i peggiori istinti degli elettori. Noi abbiamo l’ambizione di essere l’antidoto a queste spinte regressive. Noi abbiamo l’ambizione di contribuire a governare questo periodo storico, che è certamente uno dei più bui degli ultimi decenni. L’Europa, schiacciata da Putin a est e Trump a ovest e dalla pressione dell’Africa a sud, rischia di restare schiacciata se non saprà parlare con una sola voce in politica estera, nel controllo e regolamentazione delle frontiere, nella difesa, nel welfare, nelle politiche ambientali e di sviluppo economico. 27 o 28 staterelli non potranno che essere spazzati via dalla Storia se non sapranno avere la lungimiranza di compiere i passi avanti necessari per costruire una democrazia europea degna di questo nome.
Credo che sulle spalle di tutti noi, che abbiamo accettato di essere candidati con Emma Bonino nella lista +EUROPA, vi sia un macigno di responsabilità che non possiamo e non dobbiamo deludere.
Con questa consapevolezza ti chiediamo di votare +Europa e di darci una mano.

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Immigrazione: la strage
di persone e diritti
che la nostra società
nasconde sotto il tappeto

Migranti in attesa di esser soccorsi a circa 20 chilometri dalla costa libica, 4 ottobre 2016 (ARIS MESSINIS/AFP/Getty Images)

Migranti in attesa di esser soccorsi a circa 20 chilometri dalla costa libica, 4 ottobre 2016
(ARIS MESSINIS/AFP/Getty Images)


Mi sono sempre interrogato senza trovare uno straccio di risposta interiore sul come fosse possibile che regimi feroci come quello nazista potessero acquisire il potere assoluto senza essere intaccati da una rivolta popolare degna di questo nome.

Era possibile non sapere quello che stava accadendo? Non si sapeva dei campi di concentramento, delle violenze, delle uccisioni, della strage di popolo in atto? Non si aveva la percezione del disastro che si stava compiendo e quello a cui si andava incontro? Mi sono sempre detto che fosse impossibile non sapere; forse non si aveva piena coscienza e conoscenza ma la sostanza doveva essere evidente a molti. E allora perché non si riuscì a far prevalere l’umanità, nel senso pieno del termine, contro la barbarie più feroce?

Nessuna storia si ripete uguale e i paralleli sono assolutamente impossibili e comunque impropri. Eppure la vicenda epocale delle migrazioni che stiamo vivendo mi ha fatto comprendere molto.

Allora la propaganda del regime condizionava le menti in modo massiccio. Oggi i mezzi di informazione sono molteplici e non esiste una mano unica che li guida ma le parole d’ordine di certa propaganda rimbalzano, se possibile, con efficacia ancora maggiore. Una propaganda che non ha una regia ma che si autoalimenta e lievita all’infinito grazie a parti importanti della politica e del giornalismo e con la gran cassa dei cosiddetti “Social”, modificando percezioni, stati d’animo, opinioni, reazioni e posizioni politiche.

Oggi mentre disquisiamo di immigrazione sono decine di milioni le persone che in Africa fuggono da guerre, carestie senza precedenti, violenze e fame (fame alla quale li abbiamo condannati anche grazie alle politiche protezionistiche europee). Solo una piccola parte di esse ha l’ambizione di trovare rifugio in Europa, a “casa nostra”. Solo una piccola parte mette a rischio la propria vita e la propria incolumità investendo tutti i propri averi per attraversare deserti alla mercé di organizzazioni criminali fino ad arrivare ai campi di concentramento della Libia, sopportando violenze e privazioni di ogni genere, per sperare di trovare una barca sgangherata che gli dia la possibilità di giungere sulle coste europee senza annegare o vedere annegare i propri cari.

In questi anni, in Africa, in Libia in particolare, e nel Mediterraneo si contano a decine di migliaia i morti, a centinaia di migliaia quelli che subiscono violenze, a decine di milioni i profughi. Il tutto mentre infuria una guerra in Siria che ha ucciso oltre 400.000 persone.

Marco Pannella parlava di un Olocausto in corso, facendo storcere il naso a molti proprio perché il parallelo riporta a vicende della storia che ciascuno di noi rifiuta intimamente di poter accettare o che rendono indigesto l’essere accomunati ai responsabili, anche indiretti, di tragedie di tale misura.

Eppure questa nostra società, tra chi volge lo sguardo altrove per vergogna o per fastidio e chi, a bassa voce o urlandolo alle folle, ritiene che sia cosa buona e giusta fermare chi scappa da una vita di orrori per salvaguardare il nostro benessere, dimostra pienamente l’assenza di umanità e di lungimiranza e prefigura il peggio. Questa nostra società sta abdicando ai valori che dice di voler conservare e promuovere e la faccenda più brutta è che non se ne sta accorgendo. Una società che preferisce condannare alle peggiori tragedie i suoi simili piuttosto che vedere la loro povertà, la loro sofferenza; piuttosto che tentare l’unica strada possibile che è quella della integrazione e dell’accoglienza. Strada difficilissima certo ma l’unica percorribile a mio avviso. Buonismo? Ragionevolezza!

La Storia ce ne chiederà conto tra breve, ne sono certo, e sarà un conto amaro da sopportare. Nel frattempo la cosa più atroce che possiamo fare è “non fare”. Per questo siamo in strada a raccogliere firme sul progetto di legge di iniziativa popolare “Ero Straniero” e a fare iniziative politiche per gli Stati Uniti d’Europa; perché vogliamo dare uno spazio alla speranza di una società capace di vedere un problema, cogliendo anche le opportunità e rifuggendo al contempo la tentazione di chi si limita a mettere sotto il tappeto la polvere per non vederla, fottendosene dei diritti umani e dei diritti più in generale. Quella polvere sono persone: sono uomini, donne e bambini.

Se siete indifferenti o avete speso più tempo a sostenere che il problema sono le ONG che, come dice il “Presidente” libico “hanno la pretesa di salvare i migranti” rispetto a quello investito a indignarvi e agire per contrastare la carneficina di uomini e di diritti in atto, siete purtroppo una parte del problema e non della soluzione.

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Radicali e Movimento5Stelle:
trovate le differenze!

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Ricordate il gioco sulla settimana enigmistica “Trova le differenze”?
Giochiamo!

Garantisti con tutti
Radicali: sì, in ogni occasione.
Pentastellati: no, a parte eccezioni interne.

Chiunque può iscriversi
Radicali: sì.
Pentastellati: no.

Tenuta di congressi annuali dove eleggere segretario e tesoriere e organi dirigenti da parte di tutti gli iscritti

Radicali: sì.
Pentastellati: no.

Difesa dell’articolo 67 della Costituzione sugli eletti senza vincolo di mandato
Radicali: sì, sempre e comunque.
Pentastellati: no, si viene espulsi se non si segue la linea e si firmano contratti capestro che vincolano le decisioni alle scelte del Garante.

Trasparenza delle decisioni
Radicali: ogni congresso e comitato è trasmesso in diretta da Radio Radicale, ogni riunione degli organi dirigenti è registrata e disponibile sul sito www.radioradicale.it
Pentastellati: lo streaming è andato in pensione.

Collaborazione con altre forze politiche
Radicali: con chiunque abbia a cuore le stesse idee si può percorrere un tratto di strada insieme (compresi i 5 stelle ovviamente).
Pentastellati: nella maggioranza a dei casi nessun dialogo e nessuna collaborazione con nessuno.

Presenza di un Collegio dei probi viri che decide sulla bontà del comportamento di iscritti ed eletti
Radicali: no.
Pentastellati: sì.

Presenza di un Garante che decide eventuali espulsioni indipendentemente dall’esito dei processi

Radicali: no, le espulsioni non sono previste in alcun caso
Pentastellati: sì

Eletti o portavoce?
Radicali: nei pochi casi, purtroppo, eletti con le proprie idee.
Pentastellati: portavoce di una fantomatica categoria: i cittadini (come se tutti i cittadini avessero una sola voce!)

Si dice quello che si fa e si fa quello che si dice
Radicali: ci si prova sempre.
Pentastellati: alla prova di governo di alcune città buona parte dei programmi elettorali tornano nei cassetti.

Democrazia diretta
Radicali: hanno promosso decine di referendum raccogliendo decine di milioni di firme.
Pentastellati: il blog e la rete come surrogato della democrazia diretta.

Utilizzo della pratica della nonviolenza
Radicali: sì.
Pentastellati: no.

Denigrazione di avversari o supposti avversari
Radicali: no, mai.
Pentastellati: assai spesso.

Inquisiti, avvisi di garanzia e onestà
Radicali: molti dirigenti sono stati inquisiti e condannati per azioni di disobbedienza civile fatte pubblicamente per ottenere la legalizzazione dell’aborto, dell’eutanasia e delle droghe leggere. Mai nello svolgimento delle proprie funzioni pubbliche.
Pentastellati: numerosi casi di amministratori inquisiti per varie tipologie di reato. Indimenticabile Di Battista che urla in faccia a Riccardo Magi “Onestà!”.

Sistema elettorale uninominale e maggioritario all’inglese che consente alla maggioranza relativa degli elettori di scegliere gli eletti
Radicali: sì, lo promuovono da sempre insieme alla maggioranza degli italiani che hanno votato 2 referendum per abolire proporzionale e preferenze.
Pentastellati: no, promuovono proporzionale e preferenze dove poco più del 5% degli elettori sceglie chi è eletto.

Diritti dei detenuti e vivibilità delle carceri
Radicali: impegnati in prima linea per il rispetto dei diritti dei detenuti e degli agenti di polizia penitenziari. Denunciano le carceri come scuole di delinquenza che non ottemperano al compito rieducativo previsto dalla Costituzione. Propongono amnistia e indulto.
Pentastellati: invocano il carcere ad ogni piè sospinto come lavacro per ogni cosa.

Responsabilità civile dei magistrati
Radicali: sì.
Pentastellati: no.

Separazione delle carriere dei magistrati
Radicali: sì, da sempre.
Pentastellati: no, oppure bho!

Abolizione dell’obbligo dell’azione penale
Radicali: sì.
Pentastellati: no, oppure bho!

Immigrazione
Radicali: con Emma Bonino proposte di governo di un fenomeno epocale che deve essere affrontato dall’Europa.
Pentastellati: dopo prese di posizione altalenanti Beppe Grillo ha proposto la sospensione del trattato di Schengen.

Stati Uniti d’Europa
Radicali: da sempre federalisti europei.
Pentastellati: no.

Reddito di cittadinanza
Radicali: no, lo ritengono economicamente insostenibile. Propongono da decenni il sussidio di disoccupazione per tutti quelli che perdono o non hanno il lavoro. Oggi un sussidio di disoccupazione europeo.
Pentastellati: sì.

Rapporti con la Russia
Radicali: i diritti umani davanti a tutto; la Russia di Putin rappresenta un pericolo da contrastare da parte dell’Europa.
Pentastellati: la Russia di Putin è il partner politico e strategico preferenziale.

Clinton o Trump?
Radicali: Clinton.
Pentastellati: indifferenti per non influenzare il voto negli USA (Di Maio). Grillo saluta la vittoria di Trump come un vaffa globale.

Un aiutino ulteriore
“Noi siamo diventati radicali perché ritenevamo di avere delle insuperabili solitudini e diversità rispetto alla gente, e quindi una sete alternativa profonda, più dura, più “radicale” di altri… Noi non “facciamo i politici”, i deputati, i leader … lottiamo, per quel che dobbiamo e per quel che crediamo. E questa è la differenza che prima o poi, speriamo non troppo tardi, si dovrà comprendere” (Marco Pannella).

Speriamo non sia troppo tardi.
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L’Europa rischia
di far la fine
della maionese
dentro al panino

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A qualche ora di distanza dalla vittoria a sorpresa di Donald Trump, l’istinto è quello di lasciarsi trascinare dal fiume dei commenti e dello sconforto. Invece io ritengo che occorra mettere da parte la preoccupazione che deriva dal presagio di sventura che Trump rappresenta e passare a occuparci subito di cosa fare in concreto per scongiurare il peggio. Non c’è alcun dubbio sul fatto che la candidatura di Hillary Clinton abbia rappresentato quello che viene chiamato l’establishment e avesse elementi di debolezza proprio in virtù di tale evidenza. Ma non vi è dubbio che la vittoria di Trump rappresenti la vittoria del cinismo più greve e della menzogna e che oggi i tanti che si affrettano a salire sul carro del nuovo Presidente degli USA rappresentino una parte del problema e non della soluzione, perché il “vaffanculo globale” che Grillo si affretta opportunisticamente a santificare colpirà in modo violento ciascuno di noi.

Il risultato finale delle elezioni americane ci mette davanti una realtà che vede ancor più l’Europa come il vaso di coccio sempre più fragile in mezzo a vasi di ferro sempre più resistenti. Si profila infatti uno scenario globale completamente differente da quello che abbiamo conosciuto dalla fine della seconda guerra mondiale fino ad oggi dove l’Europa, sotto l’ala protettiva degli USA, ha potuto rimanere divisa e litigiosa, separata tra tanti egoismi e particolarismi, incapace di costruire uno stato federale che sapesse avere una politica estera e di difesa comune, un esercito comune, una politica sull’immigrazione comune, una politica industriale, energetica e ambientale comune.

Oggi, l’era Trump (certo ancora tutta da scoprire) prefigura con ogni probabilità nuovi scenari, dove si romperanno i fragili equilibri che hanno arginato le mire espansioniste della Russia di Putin verso l’Europa occidentale e verso il medio-oriente e dove gli stessi Stati Uniti, da alleati scomodi ma necessari, potranno trasformarsi in concorrenti assai più minacciosi. Mai come ora e mai con questa urgenza, l’Europa dovrebbe comprendere quello che sta accadendo e porre in essere tutta l’intelligenza strategica di cui è capace. Mai come in questo momento sarebbe necessario un salto in avanti per superare egoismi e nazionalismi, per creare gli antidoti a tragedie che a me oggi paiono sempre più probabili. L’accerchiamento che stiamo vivendo è minaccioso e incombente: l’invasione della Crimea da parte dei Russi, la vicenda Ucraina, le reazioni di chiusura dell’Ungheria, dell’Austria e di altri Stati sulla questione dei migranti, l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, la deriva autoritaria e fondamentalista della Turchia di Erdogan (quanti errori su questo da parte dell’Europa!!), la guerra siriana dove una molteplicità di concorrenti rende apparentemente irrisolvibile il conflitto e dove si stanno misurando, come in una tragica prova, attori che potrebbero confrontarsi con gli stessi strumenti di distruzione su territori ben più ampi, la questione irrisolta della Libia, la decennale questione israelo-palestinese, oltre alle notizie di tutti i giorni che si sentono in ogni angolo del nostro continente che alimentano l’illusione del protezionismo come reazione a quello che accade, sono sintomi di un male che rischia di divenire incurabile. Questa Europa imbelle e divisa rischia di trovarsi schiacciata come la maionese in un panino se Putin e Trump dovessero dare concretezza a quel che ora pare prefigurarsi; rischiamo nuovamente di divenire terreno di conquista piuttosto che essere partner o alleati con cui trattare. L’unica soluzione è arginare questa sciagura mettendo insieme le nostre debolezze, superando vecchi trattati e lasciandoci alle spalle un’eurocrazia autodistruttiva, per costruire un’Europa federale dei popoli che sappia sognare e che sappia avere la forza, anche militare, di contrastare le due storiche superpotenze, divenendo noi stessi un vaso di ferro capace di resistere agli impatti e determinando la creazione di un nuovo equilibrio globale, senza dover passare da nuove distruzioni e nuove guerre che, è terribile dirlo, divengono altrimenti sempre più probabili nel medio periodo.

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Marco è eccessivo
anche da morto

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Marco è eccessivo anche da morto. I telegiornali straripano di immagini, interviste e servizi per ricordare il combattente nonviolento della democrazia e dei diritti; i giornali traboccano di inchiostro in pagine e pagine di ricordi elogiando i successi; i Social Network esplodono di commenti e commozione per chi ha cambiato questo Paese e l’Europa e non solo, al netto dei soliti imbecilli da tastiera che dileggiano sempre e in qualunque occasione, nel chiuso delle loro stanze e delle loro vite. Quegli stessi organi di informazione, vero e proprio incubo e obiettivo dei Radicali e di Pannella, che hanno censurato, deriso, vilipeso, dileggiato ma soprattutto mai valorizzato abbastanza il sessantennio di lotte radicali, oggi tributano un sincero riconoscimento. C’è, certo, l’ipocrisia dei coccodrilli e della retorica stantia dedicata a chi ci lascia ma c’è affetto, riconoscenza, compassione (parole care a Marco).

C’è un’Italia – e non solo – che si trova orfana di chi fino ad oggi non ha compreso pienamente, non ha fatto proprio, non ha amato come avrebbe dovuto. Un’Italia piccola che si inchina a uno dei pochi grandi della nostra storia recente. Per quanti politici mondiali si mobiliterebbero il Papa, il Presidente della Repubblica, il Dalai Lama, premi nobel di tutto il mondo, avversari storici e leader europei e internazionali per portare un ricordo e un ringraziamento?

Marco è stato una vita in piena; ha rotto gli argini del perbenismo, ha spazzato tabù, ma soprattutto ha costruito consapevolezza e diritti. Ha costretto tutti alle proprie responsabilità. Anche chi non l’ha compreso per tempo.

Ho vissuto per oltre 30 anni le battaglie radicali in prima fila, e ho avuto modo di conoscere di persona i suoi eccessi, di generosità e di cattiveria, di altruismo e di passione. Ho toccato con mano la sua forza, nel bene e nel male. In questi giorni alcuni amici hanno chiamato per farmi le condoglianze per la morte di Marco, quasi fosse mio padre. Le condoglianze le accetto solo se chi le fa comprende che sono da dedicare più a chi non ha mai partecipato a questa ragionevole follia radicale, piuttosto che a chi ha dedicato forze, tempo e denaro per le idee di libertà che Pannella rappresenta. E non ha intenzione di smettere….

Oggi tuttavia credo dovremo fare tesoro di questo affetto, della fila interminabile di persone che attendono di salutarlo, per guardare avanti con una forza più grande di prima; con serenità mi vien da dire. Marco è e sarà irripetibile, meglio che questo ce lo mettiamo in testa tutti, a cominciare dai Radicali. Ma il patrimonio di idee e progetti, l’impostazione politica originale e unica che ha tenuto in piedi il movimento radicale per oltre mezzo secolo, la laicità e la libertà come somma di diritti e doveri, la ragionevolezza e la pragmaticità, la fantasia e la nonviolenza, dobbiamo farli vivere nelle nostre battaglie, attuali e future. Perché la storia non finisce il 19 maggio 2016; le lotte dei laici, dei liberali e dei libertari devono andare avanti nei modi e nelle forme che saremo capaci di concepire e far vivere. Non sarà facile ma ci proveremo.

In conclusione una osservazione e un consiglio che do innanzitutto a me stesso. Quante volte Marco ci ha spiazzato fino a farci contorcere le viscere? Quante volte ci ha convinto e quante non ce l’ha fatta? Non è stato solamente un anticonformista e controcorrente: è stato controcorrente contro chi era controcorrente e anticonformista tra gli anticonformisti. Aveva il gusto di stupire, di sparigliare, di abbattere le certezze, e aveva l’intelligenza (forse la dote più grande) per trovare spesso – non sempre – la soluzione, la chiave di volta, la leva giusta. Quante volte ciò che alla maggioranza di noi pareva ragionevole e giusto per lui era banale e inutile? Quante volte ci ha provocato rabbia per le sue posizioni apparentemente incomprensibili, alcune delle quali continuo a giudicare incomprensibili. Consiglio a tutti di evitare di dire o pensare, in un futuro vicino o lontano: “Marco avrebbe fatto …”, “Marco avrebbe detto …”, “Marco avrebbe scritto …”. Sono certo che quelle ipotesi sarebbero sbagliate e che non renderebbero giustizia alla unicità di ciascuno di noi, che ha il dovere di essere se stesso, pur conservando nel cuore e nei ricordi la fortuna di averlo conosciuto e di avere percorso un tatto di strada con lui e con la sua energia; un tratto di strada che ci ha cambiato e trasformato, profondamente e indelebilmente.

Ciao Marco.

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Unioni Civili: “Porca miseria!
Fino a ieri dove eravate?”
Non abbiamo paura di esser diversi

editorialino nuovo dimensionato

L’onda che monta a sostegno dell’approvazione della Legge Cirinnà così com’è, mi provoca reazioni contrastanti. Da una parte c’è la soddisfazione di vedere che finalmente un settore importante della popolazione e degli opinionisti (o degli “opinion leader” come si usa dire) si espone a sostegno dei diritti delle coppie omosessuali, inondando il web e occupando tutto ciò che è possibile, compreso il microfono di Sanremo con le simboliche strisce arcobaleno. Dall’altra mi provoca una riflessione amara su quanto tempo s’è perso e sul perché fino a ieri questa lotta era solo nostra (per molti anni) e poi relegata in una cerchia ristretta del cosiddetto mondo LGBT impegnato.

Fino a quando le rivendicazioni dei diritti sono fatte solo da chi se li vede negati la pasta non lievita. Quando a chiedere diritti sono settori trasversali della popolazione allora la lievitazione parte a dovere e il risultato può essere raggiunto. E’ valso allo stesso modo per l’aborto e il divorzio e deve valere per le nuove frontiere dei diritti: le coppie omosessuali e l’eutanasia.

Tuttavia la parte amara della riflessione resta. Resta il ricordo degli anni 1970 dove il FUORI e il Partito Radicale in solitaria rivendicavano diritti, spesso derisi, vilipesi e insultati tanto da destra quanto da sinistra. Resta l’amarezza di un successivo trentennio nel quale quelle rivendicazioni sono rimaste chiuse nel recinto ristretto del movimento di liberazione omosessuale che non ha avuto sbocchi politici, a parte – come sempre – i Radicali e poco altro. E resta, parlando di qualcosa di più vicino nel tempo e nello spazio, la lotta torinese per le unioni civili che ci ha visto in piazza dal novembre del 2008 per mesi, d’inverno, a raccogliere firme su una delibera di iniziativa popolare per chiedere il riconoscimento delle unioni civili a Torino, il rilascio del “certificato di famiglia anagrafica basato sul vincolo affettivo” e affermare il principio di non discriminazione nei settori di competenza dell’amministrazione comunale: case popolari, servizi sociali e sanitari, assistenza ad anziani e minori, scuola, formazione ed educazione. Quelle oltre 2500 firme – insieme ad altre iniziative comunali in giro per l’Italia – raccolte con difficoltà, in un clima di disinteresse prevalente, anche da parte di molte associazioni di omosessuali, hanno costretto il Consiglio comunale al dibattito e alla decisione. Nel giugno 2010 la Delibera è stata approvata, contribuendo ad aprire la strada alle vicende degli ultimi mesi dove questo tema è sulla bocca di tutti.

Ben venga quindi questa legge – che è già un compromesso al ribasso rispetto a quel che sarebbe dovuto essere – ma non posso negare di percepire un retrogusto di fastidio per qualcosa che puzza di conformismo quando vedo montare questa onda di consensi; da anticonformista, se mi trovo in maggioranza, la questione mi preoccupa anche se ho piena consapevolezza che le cose cambiano e le vicende di adesso sono figlie anche del nostro impegno solitario di ieri.
Il rimpianto del troppo tempo passato è forte; per questo mi vien da dire: “Porca miseria! Fino a ieri dove eravate?”. Ma lasciamo da parte l’amarezza e diamo una lezione di laicità e di umanità ai vari Gasparri, Maroni, Formigoni, Adinolfi, Salvini e vari cattodem. Conquistiamo diritti per chi non li ha, senza togliere nulla a nessuno. Questa è la differenza con i clericali e i conservatori: noi non vogliamo imporre il nostro modello per legge e non abbiamo paura di essere diversi.

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Senza di noi è più facile o più difficile ottenere riforme?

editorialino nuovo dimensionato

Una serie di domande mi tornano continuamente alla mente in questi giorni dopo il congresso dell’Associazione radicale Adelaide Aglietta che ha sancito la chiusura dell’Associazione per il prossimo 20 maggio (15° anniversario della morte di Adelaide) a meno di nuovi elementi che consentano di modificare questa scelta.
E’ più facile o più difficile che si avvii concretamente la coltivazione di Cannabis ad uso terapeutico senza uno strumento come l’Associazione Aglietta?
E’ più facile o più difficile che si tengano i referendum comunali sul road pricing?
E’ più facile o più difficile che si approvi una legge regionale contro il consumo di suolo?
E’ più facile o più difficile che la legalità delle elezioni (vedi “Caso Marrone”) venga rispettata?
E’ più facile o più difficile attivare concretamente una campagna che conduca a risultati sui Piani di Eliminazione delle Barrire Architettoniche (i cosiddetti PEBA)?
E’ più facile o più difficile che sul lavoro si riesca a produrre politiche attive e riformatrici in Regione seguendo le proposte di Pietro Ichino?
Potrei continuare ma mi fermo qui.
Da una parte ho la consapevolezza che lo strumento che abbiamo non è più adeguato, dall’altra ho una consapevolezza altrettanto forte, ovvero che senza uno strumento non riusciremo a fare passi avanti.
Durante il Congresso ho fatto un breve elenco di vittorie che abbiamo contribuito a conquistare o che, da soli, abbiamo ottenuto.
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(Un momento del Congresso)
Non parlavo della storia lontana ma degli ultimi anni: RU486, testamento biologico, unioni civili (anche se in versione edulcorata), anagrafe degli eletti e dei nominati a Torino e in Regione Piemonte, Ius soli, Garante dei detenuti, ripristino della legalità con la cacciata di Cota, etc.
In quanti possono produrre un elenco altrettanto importante?
Quante forze politiche molto più grandi e strutturate di noi possono mettere sul tavolo vittorie come queste? Nessuna; malgrado il numero di iscritti o di attivisti.
E allora che facciamo? L’unica via che vedo è quella di riuscire a fare quello che per anni abbiamo abbozzato senza riuscirci pienamente. Coinvolgere altre storie insieme alla nostra. Non solo collaborare ma essere in un solo luogo (in futuro magari in una sola organizzazione) insieme con chi condivide almeno un pezzo della nostra analisi. Mi riferisco a LibertàEguale, agli Ateniesi, ad Alleanza per la Città, a IdeexTorino, alla Federazione, al gruppo di Volpedo, ad altri ancora. Tutti strumenti associativi che in un modo o nell’altro incontriamo sulla nostra strada con i quali dovremmo scommettere sul futuro. Per farlo bisogna essere disposti a scommettere anche sul nostro cambiamento e sapere che ognuno perde qualcosa ma si rischia di guadagnare molto di più.
La politica (mi verrebbe da dire “la filosofia politica”) dei Radicali non può essere persa, malgrado si stia facendo di tutto per perderla. Il mix liberale, laico, progressista e riformatore contenuto nella cornice originale del metodo nonviolento è unico e merita un futuro. Non perché quel metodo è stato grande e deve essere ricordato ma perché può e deve produrre per questo Paese – e non solo – nuovi risultati e nuove vittorie di cui c’è disperato bisogno.

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Dissesto idrogeologico, dalla conta dei danni all’azione.
E contro il consumo di suolo propongo una legge

editorialino nuovo dimensionato

Propongo alla Regione Piemonte di dotarsi di una legge contro il consumo di suolo, che sappia mettere al centro delle scelte relative alla pianificazione territoriale e allo sviluppo economico la salvaguardia della principale delle risorse che stiamo distruggendo: il suolo.
Una legge che imponga ai piani regolatori di prevedere il riutilizzo di aree edificate dismesse o degradate e che, in presenza di nuovo consumo di suolo, definisca criteri di “compensazione preventiva”.
Per compensazione preventiva – prendendo spunto da quanto proposto da Legambiente in Lombardia – intendo l’obbligo di provvedere prima al miglioramento di aree degradate, inquinate o che hanno perduto la loro funzionaità ecologica in cambio della copertura di nuovo territorio.
In assenza di queste azioni ex-ante chi coprirà il suolo dovrebbe pagare oneri aggiuntivi in base alla qualità dei suoli, per il danno subito dalla collettività, secondo il principio sempre valido di “chi inquina paga”.
I soldi così raccolti dai comuni devono essere utilizzati per “compensazioni ecologiche” (e solo per questo) capaci di ricostituire aree naturali, migliorare le funzionalità dei suoli in altri territori limitrofi e ricostituire corridoi ecologici.
Quando si parla di suolo si tratta di un elemento capace di assorbire enormi quantitativi d’acqua che vengono rilasciati alle radici lentamente garantendo l’approvvigionamento idrico e che riducono l’impatto dei fenomeni alluvionali.
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(Campioni di suolo piemontese usati a scopo di illustrazione per il numeroso pubblico convenuto all’Ipla spa di Torino durante l’Open Day che si è svolto lo scorso 4 ottobre)

L’aumento dell’impatto dei dissesti è dovuto certo a modifiche sulla qualità e quantità delle piogge ma anche ad una gestione del territorio che ha eliminato una parte rilevante dei nostri suoli sostituendola con cemento, piazzali, siti industriali, etc.
Se riduciamo i suoli disponibili a contenere l’acqua aumenta proporzionalmente il quantitativo che scorre in superficie e arriva nei fiumi aumentandone la portata e la forza distruttrice.
Quando parliamo di suoli dobbiamo sapere che sono anche un grande contenitore di carbonio organico.
Se i terreni vengono degradati il carbonio “mineralizza” e si trasforma in anidride carbonica che va in atmosfera ad aumentare l’effetto serra; se viceversa i suoli sono trattati in maniera conservativa avviene il contrario con una diminuzione dei gas serra nell’aria e una riduzione dei cambiamenti climatici in atto.
Quando calpestiamo un suolo siamo sopra ad una moltitudine di elementi nutritivi e alla porzione più grande della biodiversità del pianeta, fattori che garantiscono tra l’altro la crescita delle colture e alimentano ciascuno di noi.
E ancora, quando vediamo un suolo coperto da sostanze inquinanti – che provengano dall’agricoltura, dall’industria o dalle nostre case – dobbiamo sapere che esso agisce come un filtro nei confronti delle acque sotterranee trattenendo buona parte delle sostanze “cattive” e lasciando scendere l’acqua pulita.
Ce n’è abbastanza, mi pare, per dedicare finalmente a questa risorsa naturale l’attenzione che merita, smettendo di sconquassare, cementificare, depauperare, distruggere, asportare, eliminare, compattare, inquinare ….

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